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LA VALUTAZIONE DEGLI STUDENTI
di Annamaria INDINIMEO
pubblicato il 09/12/2009

Il mio caro vecchio professore di latino e greco, dopo le interrogazioni si esibiva in complicate evoluzioni con la mano destra che reggeva la stilografica mentre la sinistra, a mo’ di paravento, rendeva ancora più difficile l’interpretazione del segno vergato sul registro. Per sapere finalmente il voto che ci aveva assegnato dovevamo aspettare il ricevimento parenti o contare sulla vista di qualche compagno precocemente ipermetrope che, nel corso della propria interrogazione, riusciva ad avere tanto autocontrollo da sbirciare il sacro testo e riferire. In compenso gli scritti erano valutati con un metodo indiscutibile: ogni segnaccio blu costava un punto, mezzo il vermetto rosso, tre quarti il fiumiciattolo rosso e blu. Così era e tutto sommato andava bene a tutti. Poi sono arrivate le stagioni delle grandi indulgenze, dei sei rossi e dei debiti trascinati, come quelli dei paesi terzi, per un intero lustro. Fortunatamente, ogni tanto, qualche provvedimento di legge dà una benefica scossa alle nostre abitudini. È il caso della normativa sull’ammissione all’esame di Stato. Dopo un rinvio di un anno, durante il quale ci siamo rilassati come bambini ai quali è stato rimandato il compito in classe, ci troviamo alle prese con il problema di non potere ammettere chi non abbia tutte le materie sufficienti. Che fare? Qualcuno tuona molto soddisfatto che nessuno andrà all’esame: «Era ora che ci fosse un po’ più di serietà, che diamine!» Qualcun altro, parlando amabilmente con i genitori, dichiara che «tanto passeremo tutti i 5 a 6» facendo aumentare le violente reazioni dei giustizialisti. Ma è cambiata negli anni la valutazione degli apprendimenti? A giudicare dalle feroci discussioni ancora in atto nei consigli di classe, nei collegi e nei dipartimenti forse non abbastanza. In molte scuole si sono approvate sempre le stesse griglie ogni anno scolastico, naturalmente dopo un’attenta disamina della situazione insostenibile e l’auspicio di un nuovo sistema di valutazione che coinvolga tutta la scuola e, «solo ancora per quest’anno, eccezionalmente, continueremo a fare come sempre». La prossima scadenza, questa volta senza possibilità di rinvio, ha stimolato molti collegi docenti a una riflessione complessiva che, da un lato, faccia acquisire a tutti la consapevolezza che la valutazione sia una parte qualificante del processo di apprendimento e, dall’altro, aiuti i docenti a trovare adeguati strumenti di comunicazione degli esiti degli apprendimenti. Moltissimi docenti di scuola superiore fanno molta fatica ad accettare l’idea che lo studente debba conoscere esattamente, prima di ogni verifica, cosa si vuole misurare con la prova in oggetto, il peso che la prova avrà sulla valutazione complessiva, la soglia di sufficienza e il livello di eccellenza; qualcuno considera un’inutile complicazione la predisposizione di griglie per ogni prova. Nonostante ormai da molti anni la formulazione della terza prova dell’esame di Stato abbia costretto le commissioni a decidere collegialmente la tipologia di prove e i criteri di valutazione oggettivi, si incontrano ancora troppe resistenze a standardizzare un comportamento assolutamente normale in qualsiasi altro contesto. Chi troverebbe normale, dopo un prelievo di sangue, ritirare un referto in cui ci fosse scritto semplicemente «Stai abbastanza bene» oppure «Qui si rischia di brutto» senza che ci fosse un solo indicatore oggettivo, ad esempio, del numero di globuli bianchi? A scuola invece capita che la somma algebrica tra i risultati delle prove scritte (dove spesso non ci sono griglie di valutazione) e prove orali (secondo alcuni difficili da valutare in modo oggettivo) appaia frutto del caso, di un atteggiamento persecutorio o di una grazia ricevuta. Probabilmente questa mancanza di oggettività può spiegare in parte le enormi difficoltà che i ragazzi incontrano quando, una volta usciti dalla scuola, devono stabilire autonomamente se la loro preparazione è idonea ad affrontare esami o altre prove. Un interessante libro pubblicato alcuni anni fa da Anna Rezzara definiva la valutazione «oggetto tabù denso di ambiguità, equivoci, contraddizioni» e, in effetti, di tutto il processo di apprendimento la sola valutazione assorbe la maggior parte dell’attenzione e costituisce uno dei momenti di più intensa comunicazione tra scuola e famiglia; perfino gli stakeholder che puntualmente, a ogni rapporto OCSE-PISA esprimono disappunto per gli scarsi risultati, esternano generiche preoccupazioni, auspicano maggiore interesse e più risorse a sostegno della scuola, poi tacciono fino alla successiva notizia sulla catastrofica ignoranza dei nostri giovani. Per gli allievi andar bene o male a scuola significa non solo un riconoscimento di successi o fallimenti ma troppo spesso una determinazione di destini, per le famiglie spesso è difficile la condivisione di un discorso pedagogico che riconosca la valutazione come dimensione fondante della relazione educativa, scatta una sorta di solidarietà con i figli per i quali non si chiede una qualità migliore dell’istruzione ma, troppo spesso ricalcando i modelli di chissà quale fuorviante gioco televisivo, l’aiutino, il chiudere un occhio, il passare sopra. Per i docenti il problema diventa estremamente complesso perché per molti è legato a una gestione di potere che affascina e, nello stesso tempo, spaventa. Molti insegnanti sono preoccupati dall’interpretazione delle norme e dall’aspetto burocratico legale; lo spauracchio del ricorso, spesso anche enfatizzato da alcuni dirigenti, preoccupa molto di più dell’insensatezza di alcune scelte pedagogiche ed è proprio questa paura che fa irrigidire e non permette di usare la valutazione come un momento di crescita comune. Interrogarsi su natura, senso e scopo del processo di valutazione può essere utile all’inizio dell’anno per coinvolgere i ragazzi e farli riflettere sul valore educativo di una pratica che analizza i risultati delle prestazioni e non le persone. Un ragazzo potrebbe essere un genio e sbagliare un’equazione, un poeta e scrivere un tema scadente, un artista e realizzare una tavola completamente sbagliata. Proprio per questo seguendo i consigli del docente, in una successiva occasione, può ottenere il punteggio massimo. L’importante è che sappia bene come debba essere una prova per essere valutata sufficiente, buona oppure ottima e che in nessuna prova ci sia la sensazione di una valutazione arbitraria o in contraddizione con quanto enunciato. Alcuni docenti ritengono la valutazione la parte più qualificante della loro attività confondendo il processo con la semplice certificazione del verdetto finale. Sarebbe opportuno, invece, cercare di acquisire consapevolezza del fatto che, in ogni momento il docente debba operare scelte pedagogicamente fondate, riconoscibili e condivisibili e non dettate dalla difficoltà momentanea di relazione. Chi di noi non ha mai meritato un 2 perché chiacchierava, oppure aveva dimenticato il quaderno, o rideva? In effetti da sempre la valutazione a scuola si è contraddistinta per un groviglio confuso di significati, funzioni, definizioni e quasi mai come opportunità. Provare a cambiare insieme questa prospettiva può essere utile a ciascuno e qualificante per la scuola. Un collegio docenti che desideri approfondire il tema della valutazione dovrebbe, a mio avviso, programmare all’inizio dell’anno una serie di momenti formativi per i docenti predisponendo una ricerca di esperienze e documentazioni e richiedendo la collaborazione di esperti dalla competenza solida e dalle buone capacità comunicative. Potrebbe dare incarico a una funzione strumentale di documentare il percorso di aggiornamento fornendo ai colleghi dei dipartimenti strumenti adeguati a formulare indicatori e descrittori comuni in modo da rendere chiaro e univoco per tutti gli studenti che cosa significhi “avere 6” in tutte le materie e “una condotta sufficiente”. È inutile cercare di nasconderci le difficoltà che si incontrano a convincere alcuni docenti a intraprendere un percorso formativo, in assenza di un preciso obbligo contrattuale, ma una scadenza impellente come quella del prossimo giugno non lascia indifferente nessuno di noi. A volte le presunte chiusure sono segni di difficoltà e mancanza di fiducia, rimettersi in gioco insieme e, soprattutto, comunicare a studenti e famiglie quanto si sta facendo può essere utile a iniziare a lavorare con nuovo entusiasmo. Nella scuola dove lavoro, come in tanti altri Istituti, ci stiamo provando e sarebbe interessante condividere le esperienze. Entro febbraio metteremo sul sito (http://www.itisfeltrinelli.it/) il risultato della nostra attività di formazione e incontreremo studenti e famiglie perché il percorso verso l’esame sia una strada ben disegnata e con segnali facili da comprendere per tutti.

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