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UNA FORMAZIONE PER GLI INSEGNANTI EUROPEI
di Annamaria INDINIMEO
pubblicato il 18/01/2010

Da alcuni anni per i docenti non è più obbligatorio dimostrare di avere seguito un numero preciso di ore di formazione ogni anno. Il desiderio di apprendere, la consapevolezza di avere delle difficoltà nell’affrontare il lavoro quotidiano, la ricerca di strumenti che avvicinino di più a ragazzi sempre più lontani per età, aspettative e passioni sono l’unica molla che spinge i docenti all’inizio di ogni anno a programmare le iniziative di aggiornamento. Questo anno scolastico sarà sicuramente caratterizzato da iniziative sulla riforma che sta per cambiare molto della vita scolastica ma, al di là delle tante iniziative che coinvolgeranno i collegi docenti, alcuni aspetti della nuova Scuola secondaria superiore meritano un’attenzione particolare perché prevedono cambiamenti dai tempi lunghi. È il caso della presenza nei programmi delle scuole superiori del CLIL. L’acronimo CLIL (Content and Language Integrated Learning) è uno dei nomi con cui viene indicata l’educazione bilingue o plurilingue, cioè l’insegnamento di discipline non linguistiche in lingua straniera. La rapida diffusione di questo tipo di didattica nel panorama della scuola italiana è basata su una molteplicità di ragioni che hanno alla base uno dei cinque obiettivi generali individuati nel 1995 dalla Commissione europea nel Libro bianco Istruzione e Formazione. Insegnare e apprendere: verso la società conoscitiva: promuovere «la conoscenza effettiva di tre lingue comunitarie». Il CLIL, apprendimento integrato di lingua e contenuti, si riferisce all’insegnamento di qualunque materia non linguistica per mezzo di una lingua seconda o straniera. Il contenuto disciplinare non linguistico viene acquisito attraverso la lingua straniera prescelta e la stessa si sviluppa attraverso il contenuto disciplinare non linguistico. Studiare, ad esempio, scienze, matematica o geografia in inglese potenzia la conoscenza della lingua straniera mentre si imparano i contenuti delle altre discipline; è una spinta «a favore del plurilinguismo e uno strumento capace di determinare un forte impatto sull’apprendimento delle lingue formando una conoscenza complessa e integrata del sapere», come si leggeva già nelle indicazioni presenti negli ottimi documenti predisposti, a suo tempo, dall’Irre Lombardia . L’impresa parrebbe entusiasmante ma le prime obiezioni dei docenti sono ovvie:«non sappiamo abbastanza bene l’inglese» è la prima con la quale si cerca di chiudere l’argomento e che racchiude tutta una serie di ansie e paure: «Che figura farei con il collega d’inglese?», «E se i ragazzi ne sapessero più di me?», «Ma chi me lo fa fare? Tra due anni sarò in pensione, prima che la riforma sia completamente operativa io passerò di qui solo per salutare!». Solitamente questo muro di diffidenza e paura si scalfisce solo se i docenti possono toccare con mano la possibilità di portare a termine un progetto in modo armonioso, certi di farcela. I docenti italiani, molti dei quali sono bravi o addirittura bravissimi, spesso non hanno la fiducia sufficiente per intraprendere strade nuove o diverse anche se ampiamente collaudate da esperienze in altri Paesi. Probabilmente perché si sentono troppo spesso sul banco degli imputati, rinunciano a tornare sui banchi di scuola, dalla parte dello studente, quel tanto che basta a ricominciare. L’Unione europea ha stanziato somme considerevoli per promuovere la formazione in servizio dei docenti e le esperienze di partenariato didattico. Basta entrare nel sito LLP (ex Indire, agenzia nazionale italiana per i progetti Socrates, Comenius, Grundvig) www.programmallp.it per essere sorpresi dalla qualità e quantità di offerte a disposizione. I docenti sono destinatari di una serie ricca e variegata di proposte di formazione in servizio che va dal seminario sui tantissimi temi dell’istruzione e della formazione, al corso di lingua straniera o di metodologia didattica rivolto per i docenti di lingua delle scuole di ogni ordine e grado, ai corsi per docenti di qualunque disciplina che utilizzeranno la metodologia CLIL. Se questa possibilità è espressamente prevista in un progetto ampio come Comenius significa che, tra i tanti docenti dei ventisette Paesi dell’Unione europea, molti si trovano come noi a dovere trovare strumenti per affrontare la metodologia CLIL. Chiunque può concorrere all’assegnazione di una borsa di studio che copre circa il novanta per cento delle spese previste per viaggio, soggiorno e corso di studi, è sufficiente compilare on line e successivamente spedire il modulo di richiesta controfirmato anche dal dirigente scolastico e nel giro di pochi mesi si ha la risposta. I docenti di lingua straniera sono abituati già a questo genere di esperienze anche perché molto spesso accompagnano i loro allievi all’estero, mentre i docenti di altre discipline che intendono migliorare la loro conoscenza dell’inglese in vista dell’attivazione di un progetto CLIL vivono un’esperienza “da studenti” molto stimolante. Sono generalmente accolti in famiglie inglesi o irlandesi abituate a ospitare studenti da tutto il mondo e danno l’opportunità di fare un’ esperienza di lingua viva, con persone che non parlano come attori della BBC ma con tutte le loro inflessioni familiari, i modi di dire e gli accenti che caratterizzano la lingua parlata. I corsi sono organizzati da scuole selezionate che garantiscono uno standard molto buono e tutte le iniziative e attività di contorno consentono di raccogliere stimoli ed esperienze tali da tornare a scuola molto più motivati a sperimentare qualcosa di nuovo per noi. Tra le domande che prevede il questionario di candidatura ce n’è una che chiede di esplicitare in che cosa un’esperienza all’estero può essere più significativa di un corso di lingua tenuto nel proprio Paese; la risposta può essere che solo entrando nelle scuole degli altri, curiosando tra i loro programmi, valutando e studiando i loro libri di testo si possono trarre elementi adeguati per proporre ai propri allievi attività che trovano il loro fondamento in prassi lungamente collaudate altrove. Per la mia lunga esperienza professionale posso dire che queste iniziative di formazione non sono solo ottime per il singolo docente e per i suoi studenti ma “trascinano” con sé altre iniziative e proposte come i partenariati Comenius che consentono di progettare, sperimentare e valutare una proposta didattica con colleghi e studenti di tre o quattro Paesi diversi. Si può lavorare su temi ambientali, sui tanti aspetti della cittadinanza, sulla creatività dei giovani o sulla conoscenza della storia progettando in parallelo, nelle diverse scuole, moduli didattici. I docenti si incontrano periodicamente nei diversi Paesi ai quali appartengono le scuole partner e non si limitano a conoscersi ma lavorano insieme e fanno lavorare insieme gli studenti. É possibile consultare l’elenco dei progetti approvati e delle scuole che hanno dato la loro disponibilità a partecipare a nuovi progetti consultando le banche dati europee. Il clima che si crea in una scuola dove si attivano progetti Comenius è veramente stimolante e vivace, soprattutto se il gruppo di progetto si sente abbastanza sicuro delle sue competenze linguistiche e non scarica tutto il peso della comunicazione sui docenti di lingue. Non lasciamoci scoraggiare dalla fatica che caratterizza il nostro lavoro quotidiano e cerchiamo di farci contagiare dall’entusiasmo con il quale, in prossimità delle scadenze canoniche, i colleghi turchi ci inviano speranzose e-mail con le quali ci invitano a coinvolgerli in nuovi progetti, in fondo, perché no?

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