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ECCELLERE SI PUÒ!
di Annamaria INDINIMEO
pubblicato il 19/04/2010

Anche quest’anno tra un problema e l’altro è arrivato quasi alla fine e, anche per questa volta, abbiamo fatto poco per le eccellenze. Non ho quasi il coraggio di guardare i più attivi, intraprendenti, affidabili e competenti dei miei insegnanti: avevo promesso solennemente che ci saremmo impegnati nel secondo periodo dell’anno e invece ci siamo lasciati scappare ancora un anno a inseguire i più pelandroni, quelli che arrivano a navigare a pelo dell’acqua sempre a un passo dalla bocciatura, i ribelli che ci sono costati innumerevoli consigli di classe, gli indecisi che non sanno bene che cosa fare ma preferiscono comunque rimandare e necessitano di cure, sostegni e sportelli fino al giorno in cui i compagni di classe ci comunicano «Non viene più, l’anno prossimo si cercherà un lavoro e studierà alla sera» In tutto questo anche i genitori giocano un ruolo importante, chi ha un figlio con difficoltà chiede alla scuola tempo e attenzione, insiste, vuole «dare ancora un’opportunità» al diciottenne pluri ripetente Ma i bravi? In tutte le scuole ci sono pochi, pochissimi ragazzi che fanno bene tutto. Sono quelli che partecipano a ogni concorso, spettacolo, mostra, iniziativa di vario genere. Quelli che dirigono il giornalino e l’orchestra senza scendere al di sotto della media del nove, quelli che possiamo far parlare con i giornalisti ma anche con le mamme ansiose dei futuri iscritti che scrutano con ansia le loro facce aperte e sorridenti alla ricerca di ogni minima traccia di disordine o trasgressione, prima di affidarci il loro figliolo. Anche per le eccellenze bisognerebbe effettivamente programmare una serie di attività volte a riconoscere le potenzialità e a permettere ai ragazzi di svilupparle. Esistono una serie di problemi che, come al solito, riportano il discorso sul tema della valutazione. Cosa vuol dire oggi essere bravi a scuola? Tracciare un profilo dello studente bravo attraverso la lettura delle griglie di valutazione di prove scritte, orali e condotta, di alcune scuola a volte permetterebbe di individuare un soggetto azzimato come il protagonista di una commedia di Oscar Wilde ma onnisciente, l’ideale insomma per essere oggetto di scherzi più o meno tradizionali. Le competenze richieste per il dieci sembrano declinate con la certezza che non verranno usate mai e non parliamo di cosa dovrebbe dimostrare un adolescente per avere il massimo dei voti in condotta. Praticamente essere un angelo che onora e venera la scuola e i suoi abitanti dispensando qua e là perle di saggezza e bontà. In alcune scuole è necessario «essersi distinti almeno in un episodio altamente esemplare» in altre “avere almeno la media dell’otto in tutte le materie e non superare il numero di venti tra assenze e ritardi in tutto l’anno” I ragazzi che riescono a ottenere risultati brillanti fuori, invece, spesso non si vedono riconoscere pienamente dalla scuola le certificazioni ottenute; così capita che uno superi l’esame del First Certificate of English e si ritrovi con un giudizio sospeso in inglese; vinca le Olimpiadi di matematica e abbia una modesta sufficienza in pagella oppure diventi campione nazionale di salto con l’asta e abbia quattro in educazione fisica. Come valutiamo questi percorsi e risultati? Se ci impegnamo in attività di preparazione alle diverse Olimpiadi (fisica, matematica) e alle altre prove che prevedono il riconoscimento delle eccellenze, così come previsto da una serie di norme e circolari che individuano ambiti e soggetti autorizzati, dobbiamo necessariamente fare in modo che questo abbia una ricaduta sicura anche sulla valutazione scolastica e non ritocchi solo il credito. L’atteggiamento di molti docenti nei confronti delle eccellenze è un misto di fastidio e sospetto: «che cosa penserà di esser diventato?», «adesso lo mettiamo alla prova noi»,«la cultura è un’altra cosa», però per una volta bisognerebbe sforzarsi di stare tutti dalla stessa parte: se questi ragazzi sono bravi, forse anche la scuola avrà una parte di merito, se hanno saputo trovare un’occasione per esprimersi al meglio sarà anche stato per gli stimoli che gli abbiamo dato. Facciamo squadra, almeno quando si vince! L’eccellenza che però, a mio avviso, andrebbe cercata è quella che a ciascun livello si può trovare, non dobbiamo considerare solo gli studenti da 100 e lode come possibili destinatari di interventi, ma tutti quelli che, per motivi diversi possono mettere in gioco competenze anche acquisite per altri percorsi ma fatte fruttare dalla scuola. È il caso di alcuni studenti stranieri che, nonostante una media scarsa e un comportamento non sempre esemplare, sono riuscita a coinvolgere nell’accoglienza e nella comunicazione con le famiglie dei loro compatrioti. Non è facile comunicare con una famiglia appena arrivata dalla Cina, dall’Egitto o dalla Russia; parlare con loro attraverso un ragazzo più o meno coetaneo dei loro figli può avere dei risultati insperati e non solo per le famiglie ma anche per gli stessi allievi che si vedono riconoscere un ruolo di valore anche dalla scuola e possono essere invogliati a coltivare la competenza comunicativa nella loro lingua madre. Alcune famiglie si sono dimostrate allo stesso tempo sorprese e grate per avere trovato un simile facilitatore, hanno lodato i ragazzi, hanno risolto piccoli o grandi problemi con la scuola. Mi è anche capitato di mandare i giovani traduttori anche presso scuole di colleghi che si sono trovati altrettanto bene e hanno stilato un attestato di merito. Adesso speriamo che riescano ad avere almeno sette in condotta.

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