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OFFRIRE OPPORTUNITÀ, FORMARE CITTADINI
di Annamaria INDINIMEO
pubblicato il 30/01/2012

La competenza più interessante del collegio docenti riguarda la definizione dell’offerta dell’Istituto, quali corsi vengono erogati, quali strumenti didattici privilegiati, quali attività curricolari ed extracurricolari proposte e con quali obiettivi.

Quando, in passato, sembrava che l’unico compito della scuola fosse trasmettere conoscenze, ogni volta che si usciva dalle aule era un avvenimento che assumeva una dimensione “premiale” anche se la proposta era di andare a vedere Jour de fête(1) in bassissima definizione . Successivamente, nella consapevolezza che la scuola non fosse l’unica agenzia formativa, i docenti hanno iniziato a completare il lavoro fatto in classe con uscite più mirate e presenze di esperti. Chi ha lavorato a scuola negli anni ottanta e novanta non può non ricordare le masse di studenti accompagnati a teatro o al cinema al mattino con cadenza regolare e lo strascico di figuracce per la loro totale mancanza di comprensione e solidarietà sia per i dubbi pirandelliani sia per i turbamenti di Ibsen.

Superata anche la fase dei “Progetti Giovani” e della direttiva 133 che invitava a lasciare entrare liberamente gli studenti a scuola per “fare cultura”, che aveva entusiasmato più le miriadi di esperti che gli allievi, si è approdati a una fase di progettazione condivisa che forse non è ancora del tutto esplorata dai nostri collegi.

Il “Piano dell’offerta formativa” (POF) è così detto perché assume un ruolo strategico nell’elaborazione delle scelte su cosa, come, quando proporre iniziative agli studenti e soprattutto perché.

Un’offerta formativa ricca e stimolante è uno strumento per far crescere non solo gli studenti ma anche i docenti che, in alcuni casi, possono dimostrare competenze e abilità in campi molto diversi da quello in cui operano. Sul concetto di arricchimento, però, forse vale la pena di discutere. Ci sono scuole i cui collegi si oppongono fieramente a tutte le iniziative che esulino dalla lezione frontale e anche a ogni tentativo di sperimentare qualunque cosa e, dopo estenuanti discussioni, accordano il permesso di attivare un progetto qualunque a patto che «non ci faccia perdere ore di lezione» perché l’importante è che gli studenti «imparino benissimo le materie che si insegnano qui» come se l’apprendimento fosse solo durante una lezione frontale, preferibilmente la loro. Nulla riesce a scalfire le loro incrollabili certezze, i ragazzi devono studiare e basta, come abbiamo fatto noi.

Ci sono, invece, scuole nelle quali i docenti ritengono un loro dovere morale far partecipare le classi al maggior numero possibile di iniziative e presentano un numero esagerato di progetti anche molto simili tra loro in una logica di “equa distribuzione” di lavoro e risorse.

La loro idea di “arricchimento”, se mi si passa il paragone, assomiglia all’albero di Natale: tutti aggiungono qualcosa con il risultato di far aumentare costantemente la sensazione di confusione e far perdere, nel tempo, l’identità della scuola che deve essere invece sempre forte e bene identificabile.

Durante tutto l’anno arrivano alle scuole da parte di enti locali, privati, associazioni professionali e a volte anche dagli Uffici scolastici territoriali, inviti a partecipare a iniziative che molto spesso richiedono alla scuola solo la presenza degli allievi. «Voi non dovete far niente», rassicurano gli operatori, e se questo può essere confortante nel caso in cui propongano di assistere a un’opera lirica, diventa inquietante quando la proposta riguarda interventi educativi che si innestano come corpi estranei nella programmazione.

Per anni alle scuole sono stati proposti corsi di ogni genere e progetti dei più fantasiosi, organizzati con fondi nazionali o europei, mentre la cosa più logica e funzionale sarebbe quella di assegnare le risorse direttamente agli Istituti che potrebbero utilizzarle per potenziare quegli aspetti che si ritengono più adeguati al proprio POF a partire dall’analisi dei bisogni e dalla ricerca di partner significativi per sviluppare secondo una programmazione annuale e pluriennale ogni attività.

Chi ha il compito della gestione del POF non si deve limitare, come purtroppo avviene in alcuni casi, a raccogliere le proposte di progetto ma dovrebbe promuovere una riflessione collettiva sul profilo previsto dall’indirizzo di studi e individuare gli strumenti per far acquisire allo studente le competenze professionali e di cittadinanza stabilite. Se vogliamo un diplomato flessibile, consapevole dei suoi diritti, pronto a cogliere le opportunità, responsabile nell’uso del denaro e dei beni pubblici dobbiamo dargli una buona preparazione di base ma anche aiutarlo a capire tutte le sue potenzialità e a dargli la concreta speranza di riuscire ad esprimerle.

La ricchezza dell’offerta può stare nella varietà ma anche nella qualità di pochi progetti con partner prestigiosi, ben inseriti nel tessuto della scuola. Il compito del collegio e dei diversi consigli di classe è decidere su quali filoni lavorare e quali professionalità, interne o esterne alla scuola, coinvolgere. Le tante agenzie formative e anche le associazioni professionali e imprenditoriali si dimostrano spesso disponibili a una più stretta collaborazione con la scuola soprattutto in questo momento che vede un rinnovato interesse e un comune desiderio di rilancio dell’Istruzione tecnica. La scuola, in ogni caso, non dovrebbe mai rinunciare al ruolo di protagonista nella progettazione delle attività offerte ai ragazzi e selezionare solo quelle che offrono concretamente la possibilità di ragionare con gli altri progettisti fin dal primo momento, essere presente in tutte le fasi delle attività e avere un ruolo significativo nella valutazione. Lodevoli iniziative possono naufragare perché manca questa rete di consenso e responsabilità all’interno dell’Istituto; invece gli studenti devono sentire che, dietro a ogni proposta da sviluppare, ci sono la sensibilità e l’intelligenza dei loro insegnanti che esplorano per loro percorsi diversi ma sicuri ed efficaci per aiutarli a imparare meglio e di più.

(1) Jour de fête, film, Jacques Tati, 1947

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